Stazione di Lode


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Anna

Le Nostre storie

9 Ottobre 2002. Sono seduta su un divano e ho appena finito di vedere un bel film nella mia casa di studentessa universitaria a Milano. La depressione è già giunta ad un livello insopportabile e l’unico pensiero è “che senso ha la mia vita? Non mi interessa. Non voglio più vivere perché non mi piace. Stasera lo faccio, vado in cucina, prendo un coltello con la lama ben affilata e mi taglio la carotide…ci vorrà appena qualche secondo, sarà veloce e indolore…”.
Avete presente la classica brava ragazza? Bene, questa è sempre stata Anna: tranquilla, che ama e rispetta la sua famiglia, con un ottimo rendimento scolastico, molto responsabile e scrupolosa, saggia, razionale…insomma, una ragazza con i piedi per terra e la testa sulla spalle.
Certo, in apparenza non avevo alcun problema: famiglia numerosa e benestante, non mi è mai mancato nulla. A scuola ero sempre fra le prime della classe, amavo studiare e raggiungere ottimi risultati; avevo amici con cui uscire, un ottimo rapporto con mia madre e con mio fratello minore e anche un gatto meraviglioso. Ma dentro di me ogni giorno di più cresceva la tristezza e un senso di vuoto e insoddisfazione che occupava i miei pensieri e si rifletteva nel mio sguardo. Ricordo ancora i commenti del mio professore di italiano quando in quarta superiore entrava in classe e vedendomi seduta lì al mio posto in prima fila diceva “per favore Anna, spostati da lì perché quando entro in aula e ti guardo mi sembra di essere ad un funerale!”. In effetti questa tanto brava ragazza non era poi così felice. Cosa c’era nella mia vita che non andasse? Io proprio non lo sapevo.
“Se solo avessi un ragazzo” pensavo, ma quando è arrivato, dopo la prima euforia, le vecchie tristezze sono tornate a galla.
“Ah, se prendessi voti più alti…” e fioccavano i 9, ma di fondo nulla cambiava.
“Quasi, quasi provo un po’ di Yoga e meditazione”… accattivante all’inizio ma non era sufficiente a trattenere gli stati d’ansia e le lacrime che di nascosto versavo.
Ho sognato, ho vissuto, c’ho provato, ma nulla funzionava, anzi sembrava che le cose si mettessero sempre peggio.
Già a 17 anni cominciai a pensare al suicidio. L’idea mi piaceva…immaginavo spesso la scena…buttarmi dal quarto piano del mio istituto scolastico su una via molto trafficata di Taranto…spettacolare..! Chissà in quanti si sarebbero fermati e chissà cosa avrebbero detto o pensato; mi affacciavo spesso da quella finestra e dentro me meditavo “un giorno lo farò, forse così si accorgeranno di me”. Solo a distanza di anni ho capito che il motivo di tanta tristezza era che NON MI SENTIVO AMATA. Non avevo alcuna ragione per pensare questo. La mia famiglia mi amava, a suo modo, certo, ma mi amava e mi ama moltissimo. Mia madre è sempre stata molto presente e premurosa, affettuosa a suo modo e mia amica nell’adolescenza. Mio padre meno presente per motivi di lavoro ma mi ha stimato e mi ha sempre garantito il meglio…i miei fratelli, mia sorella, i miei nonni, i miei zii, i miei amici…con tutti ho sempre avuto un buon rapporto…ma la mia mente “malata” pensava di non essere amata e di non saper amare. Non percepivo realmente quello che c’era intorno a me, ma vedevo come attraverso un velo di fumo che rendeva SEMPRE grigia qualunque cosa guardassi. E il peso maggiore lo sentivo nella sfera affettiva.
E perché non chiamare questo malessere col suo vero nome? Sì, soffrivo di depressione!
Già a 13 anni i miei genitori avevano forse ravvisato qualcosa che non andava, tanto che mi mandarono da una psicologa, ma dopo una prima seduta in cui raccontai brevemente tutte le mie frustrazioni da adolescente, dinanzi ad una donna che sorridente rivedeva in me se stessa e mi raccontava la sua di vita, decisi di non andarci più. Non le avevo certo detto dei pensieri di suicidio, sinceramente non ricordo se all’epoca li avessi già, ma di certo non gliene avrei parlato, non ne ho parlato mai con nessuno, li ho tenuti nascosti in me fino all’ultimo.
A 18 anni lasciavo la Puglia diretta a Milano per frequentare l’Università. I nuovi studi, la vita mondana, gli happy hours, i pub, le discoteche, gli amici, i colleghi di Università assorbivano le mie giornate ma nonostante tutto quella tristezza e quella solitudine interiore che mi accompagnavano ormai da qualche anno non mi abbandonavano. Anzi, stavo sempre peggio. Cominciai a soffrire di paure: il buio, le malattie, gli insetti, le catastrofi improvvise, i malviventi, la solitudine, la morte, le persone, i mostri, i pensieri, tutto poteva generare in me attacchi di panico con mancamenti d’aria e stati di malessere. Potevano sembrare “normali paure” ma mi portavano ad atteggiamenti assurdi come cercare la via di fuga appena entrata in discoteca o passare una notte sveglia per timore di un ictus improvviso!
Ormai ogni volta che si levava il sole e che aprivo gli occhi sentivo quel senso di pesantezza nell’animo e il primo pensiero era “chi vivrà questa giornata?”…e la sera invece avevo paura di andare a dormire per timore di non risvegliarmi il giorno dopo…assurdo, vero?
Così la sera del 9 ottobre 2002 sembravo più determinata del solito.
Ma resto lì, paralizzata sul divano perché, nonostante tutto, ho paura. No, non di morire… ho paura di me stessa perché so che potrei farlo e il pensiero va subito alla mia famiglia e al dolore che non voglio causargli.
All’improvviso mi ricordo che una mia zia compie gli anni e prendo il telefono per farle gli auguri. “Pronto, ciao zia, volevo farti tanti auguri…” e dall’altra parte “Grazie! Allora, come va?” Scoppio in un pianto a dirotto. Lei non sa nulla, in passato è stata una mia amica e confidente ma dopo la sua conversione a Cristo secondo me è un po’ “uscita di testa” perché ad ogni mio problema dà come soluzione il Signore, follia per una razionale come me!
“Cos’hai?” mi chiede. Ed io come sempre lascio scivolare con disinvoltura la cosa dicendo che mi sento inspiegabilmente triste. Con voce amorevole mi risponde “Io non so quale sia il tuo problema, ma so che esiste un Dio lassù nel cielo che se tu vuoi ti può aiutare. Adesso quando chiudi il telefono parla con Lui e raccontagli come ti senti e chiedigli aiuto. Poi prendi la Bibbia che ti ho regalato e leggi con attenzione il Salmo 23”. Decido di ascoltarla, d’altronde realizzo che non ho alternative migliori. Appena chiuso il telefono mi inginocchio accanto al letto e piangendo dico semplicemente “Io non so chi tu sei, ma chiunque tu sia, se vuoi puoi aiutarmi. Ti prego, io non ce la faccio più, io non voglio più vivere così. Ti prego aiutami”. Mi asciugo le lacrime, apro la Bibbia e comincio a leggere:


Il Signore è il mio Pastore: nulla mi manca
Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
mi guida lungo le acque calme.
Egli mi ristora l’anima,
mi conduce per sentieri di giustizia,
per amore del suo nome.
Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra e della morte,
io non temerei alcun male perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Per me tu imbandisci la tavola
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
Certo, beni e bontà mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita
e io abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni.

Salmo 23


Queste parole consolarono il mio cuore. Cominciai a credere che il Signore avrebbe risposto ad ogni mio bisogno, dando riposo a quest’anima così tormentata. Mi avrebbe protetto e sarebbe stato accanto a me in ogni difficoltà, dandomi sicurezza.
Quelle parole portarono in me profonda pace. Non ci ragionai troppo, ma quella sera credetti e basta e con la pace nel cuore andai a dormire.
Il mattino seguente, non c’era la solita pesantezza. Fu davvero una bella giornata! Il sole splendeva intorno e dentro me e quando la sera tornai a casa non mi sentivo sola. Stranamente la mia stanza era piena di una sensazione nuova, c’era una pace e una gioia di una tale intensità che si potevano palpare. Benchè fossi sola, sentivo come un abbraccio che mi avvolgeva da dietro le spalle e tanto amore. Stupita mi giravo intorno, guardavo in alto e col cuore contento pensavo “Ma cos’è questa sensazione?”. Insomma, MI SENTIVO AMATA, era un qualcosa che non avevo mai sperimentato prima.
Tutto questo durò 3 giorni. Il terzo giorno improvvisamente svanì. Presi il telefono e chiamai mia zia. Le raccontai che avevo seguito il suo consiglio e che difatti ero stata molto meglio, ma era già finito! Ricordo ancora con precisione la sua risposta: “Dio ti ha dato un campioncino della Sua presenza e ti ha fatto provare come si sta con Lui. Adesso tocca a te scegliere, vuoi stare con Lui o senza di Lui?”.
La mia decisione non fu così immediata come si può immaginare. Ero sempre quella ragazza razionale che non voleva “farsi fregare” da nessuno, tantomeno da una religione! Accettai Dio nella mia vita, ma non lo riconobbi subito nella persona di Gesù Cristo.
Gli dissi che volevo stare con Lui ma che prima volevo capire bene chi fosse. Non volevo appartenere ad una setta o a un gruppo di convinti sfegatati, non accettavo che alcuno mi facesse il lavaggio del cervello ma volevo solo Dio, quello vero. Fino ad allora avevo sempre creduto che esistesse un “Essere Superiore” ma non sapevo chi fosse realmente; avevo frequentato la chiesa cattolica, sperimentato il buddismo e la meditazione, la New Age mi aveva affascinato, ma dove mi avevano condotto?
“Io voglio sapere bene chi tu sei, se sei Buddha, Allah, Maometto, Gesù Cristo, …non voglio essere presa in giro, ma voglio solo la verità”. Cominciai a documentarmi sull’Islam, su diverse religioni orientali e con enorme scetticismo continuai anche a leggere la Bibbia. Ricordo che addirittura una sera mentre leggevo nel Vangelo di Matteo della crocifissione di Gesù, con una risatina incredula chiusi la Bibbia e la poggiai sul comodino pensando “Se Gesù è davvero Dio, perché chiede aiuto a Dio? E poi perché dovrebbe lasciarsi ammazzare sulla croce?”. Dopo nemmeno un minuto la ripresi per leggere un salmo perché era un balsamo al mio cuore e le pagine si aprirono al salmo 21 che si intitola “Le sofferenze del Messia a cui fa seguito il suo trionfo”. Rimasi colpita da come in quella poesia scritta parecchi anni prima della morte di Gesù erano già predette tutte le cose ch’Egli avrebbe passato e che avevo appena letto nel Vangelo di Matteo. E cosa ancora più sconvolgente, ebbi la risposta alle mie domande da scettica. Rimasi atterrita nel mio letto e lacrime di gioia miste a paura cominciarono a rigarmi il volto perché realizzavo che Dio, quello vero, mi ascoltava e mi stava rispondendo. E di nuovo sentivo le Sue braccia avvolgermi e la Sua pace inondarmi.
Settimana dopo settimana i nostri dialoghi si facevano sempre più frequenti e quel Dio così grande e meraviglioso che ha creato il cielo e la terra non si stancava di dare risposte e conferme a questa ragazza così incredula ma altrettanto desiderosa e bisognosa di Lui. Presto compresi che la morte in croce di Gesù Cristo era un atto di amore nei miei confronti: ha preso il mio posto, pagando i miei peccati, ed è risorto perchè vincendo la morte anche io potessi avere accesso alla vita eterna insieme a Lui. E non solo! Su quella croce ha portato anche la mia depressione, le paure, i miei attacchi di panico, i vari pensieri di suicidio e le mie insicurezze, le sofferenze…ha preso tutto su di sé per amore. MI HA LIBERATO e ha riempito la mia vita di amore.

Sono passati 7 anni ormai da quel 9 ottobre e per la Sua grazia e la sua immensa bontà e misericordia oggi ho potuto raccontarti la mia storia per dirti che c’è speranza. Chiunque tu sia che leggi, qualunque problema tu abbia, voglio dirti che se con cuore sincero chiedi a Gesù Cristo di farsi conoscere da te, CERTAMENTE LUI LO FARA’ e trasformerà la tua vita come ha fatto con me. TI AMO IN GESU’. Anna


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